Poco più di due anni fa una sera, prima di cena, mi chiama al cellulare Florindo, un vecchio e simpatico rigattiere che fa parte della mia piccola cricca di pusher, persone che trafficano fra antiquariato, fondi di magazzino e vecchie cantine che mi chiamano ogniqualvolta si imbattono in qualche russo che sanno possa essere di mio interesse.
Dopo un po' di preliminari mi dice: "O su Dottori, c'esti una femmina incasinara mera" (Traduzione aulica: Oh, Dottore, c'è una signora nei pasticci") e mi racconta di questa donna appena rimasta vedova che per necessità si deve disfare della casa e del suo contenuto per far fronte a pesanti situazioni dopo la morte del marito.
Tra queste cose, continua Florindo, c'è una discreta collezione di orologi sovietici in ottime condizioni ("mera bellixeddusu, mera") e mi chiede di andarci insieme per dare un'occhiata.
Concordiamo per un sabato pomeriggio.
Ci accoglie in una bella casetta di periferia una donna ancora abbastanza giovane, un tempo forse anche molto bella, ma oggi spenta, tristissima con occhi celesti che sembrano non avere più lacrime per piangere.
Con aria molto mesta mi porta in una camera da letto, piuttosto malandata, dove con un misto di orgoglio e pudore apre un cassetto con almeno una ventina di orologi, tutti sistemati molto bene avvolti in delle pezzuole di cotone.
Le srotola una ad una e mi mostra con un sorriso (finalmente!) triste le sue piccole perle: 22 orologi in perfetto stato, molti estremamente rari.
Quasi svengo dall'emozione ma provo una sensazione di inspiegabile disagio.
Mi fa cenno di seguirla e mi fa accomodare in un salone decoroso, molto luminoso e inizia a raccontarmi del marito, operaio petrolchimico, grande compagno comunista, impegnato da sempre nelle grandi battaglie sindacali della nostra povera industria regionale.
Mi racconta di giorni lieti passati insieme, dei due figli ormai grandi all'Università, della fatica e delle paure dell'acquisto recente di questa casetta.
Mi racconta di un uomo che andava spesso in URSS con i viaggi del partito e portava di tutto anche orologi, di lei, dei figli, della loro vita e di una vita spezzata da un tumore, iniziato silente, forse trascurato, forse non ben diagnosticato, forse... forse...
Mi racconta di un lavoro precario, perso con la malattia, di spese impossibili per loro per potersi curare in centri di eccellenza lontani dall'Italia, di visite mediche a pagamento con luminari da una visita=quasi mezzo stipendio, di una casetta presa con il mutuo in un momento felice e che oggi non può più pagare, mi racconta... mi racconta...
Mi racconta di una nuova vita in un altra regione più ricca della nostra, di un lavoro che l'aspetta, di una solidarietà che qui non ha sentito se non dai compagni di lavoro del marito che si sono quotati per pagare il funerale... mi racconta... mi racconta...
Mi racconta che adesso deve vendersi tutto per pagare le rate arretrate e forse non sa se riuscirà a salvare la casa...
Io ascolto in silenzio, ho dimenticato gli orologi già da tempo...
Poi, presa da un momento di strana allegria chiede a me e a Florindo, che ascolta in silenzio più cupo del solito, "lo volete un mirto"?
Beh, ci guardiamo con il vecchio rigattiere e pensiamo tutt'e due che forse non è propria l'ora, ma accettiamo per non deludere l'ospite.
Beviamo insieme ma io non riesco a sentire il sapore, ho un qualcosa dentro, provo un misto di commiserazione ma al tempo stesso ammirazione per quella donna, rimasta sola da poche settimane, che sta riprendendo il suo ruolo di donna-guida della famiglia (tipica dalle nostre parti), che con orgoglio ha subito ripreso a guardare al futuro per il bene dei propri figli ancora ragazzi che lei "vuole laureare nonostante si siano offerti di trovare un lavoro qualunque per tirare avanti".
Sul tavolo, affianco ai bicchierini del mirto, ci sono ancora gli orologi.
Li guardo distrattamente, lei coglie il mio sguardo e mi chiede "li vuole? faccia lei il prezzo, mi servono soldi subito!"
Guardo lei, guardo Florindo, mi guardano e dico"Sì, ma il prezzo lo faccia lei!"
La vedo annaspare, poi si riprende e spara una cifra ridicola che non copre neanche il valore di due orologi.
Perfino Florindo, vecchio profittatore di faccia ma buono d'animo, trasecola e fa per intervenire ma lo blocco, metto mano al portafoglio e consegno alla signora alcuni biglietti senza neanche contarli...
Lei felicissima mi ringrazia, sono nel massimo imbarazzo, non reggo più... salutiamo e andiamo via senza più parole.
Ancora oggi, talvolta, mi ritorna in mente quell'episodio e mi chiedo: le avrò dato abbastanza?
Ecco questa è la piccola storia legata a quest'orologio che per me non è solo estetica e movimento ma è un ricordo, un momento di vita, una lezione di vita.