S.P.K. ha scritto:
Questi orologi vanno inquadrati in quell'epoca, di "privatizzazioni" imposte dall'alto, di oligarchi che si appropriavano di grandi realtà produttive senza avere ne i capitali nel le capacità (spesso nemmeno l'intenzione) di condurle.
L'industria per lo più usava fare piccole modifiche estetiche a modelli in produzione (quadranti, particolari di casse) e commerciarli all'ovest. O almeno provarci.
Vi fu chi si alzò nella neo costiuita Duma a ricordare a Samsonov, direttore Poljot che "non so proprio che indosserebbe i vostri orologi, deputato".
Il mercato diretto, quello "di spola", quello illegale e il baratto, diventano il canale ufficiale dei prodotti di orologeria.
In passato ho più volte riportato la frase su Samsonov come indizio per capire come fosse vista l'orologeria sovietica all'interno del paese. Però non può essere di per se generalizzata più di tanto.
Samsonov era un personaggio molto particolare. All'epoca aveva cinquantatre anni, direttore della prima fabbrica di Mosca.
In quanto manager sapeva il fatto suo. In quegli anni cruciali investì in macchinari e tecnologie tentando di gestire l'ingestibile, ovvero la transizione da una economia di piano ad una di mercato. Un processo questo che si svolse nel corso di alcuni anni con fasi contraddittorie e senza che ci fosse, da parte di chi lo aveva avviato, una chiara visione dei modi, dei tempi, degli obiettivi
Come tutti quelli della sua generazione Samsonov credeva nella "economia di comando" e pur dovendosi adeguare al nuovo corso gorbacioviano rimase comunque saldamente legato a quella che si può chiamare una "amministrazione di comando" autoritaria.
Fino al 1994 era molto popolare e amato. Una classica figura di "direttore paternalista", tanto poco politico quanto capace di condurre una grande e moderna azienda.
Per forza di cose in quegli anni si trovò ad affrontare una situazione che non era dovuta alle scelte delle singole fabbriche negli anni precedenti quanto piuttosto al generale stato di crisi dell'economia sovietica dovuta, da ultimo ma non per ultimo, all'immobilismo degli anni '70.
L'industria orologiera sovietica era da anni in crisi di sovrapproduzione. Produrre sempre di più era connaturato al sistema, ma il consumo procapite di orologi era al limite già da molti anni.
Le esportazioni, consistenti negli anni '60 e '70, erano in netto calo negli anni '80.
L'avvento dei quarzi mise in crisi tutti i grandi produttori dei meccanici. Gli svizzeri come i Russi.
Gli svizzeri si ripresero abbastanza rapidamente, ma in Unione Sovietica le cose andarono molto diversamente.
Come accennavo all'inizio, con Samsonov la prima fabbrica di Mosca divenne più efficiente. La percentuale degli orologi difettosi scese, tra il 1985 e il 1990, dal 4 all'1,5%, la produzione complessiva salì del 60% arrivando, nel 1990, a sei milioni di pezzi. Il che significava che ognuno dei 6500 dipendenti allora impiegati producevano circa 1000 orologi l'anno. Ovvero, un decimo di quanto produceva un operaio della Seiko.
Questi, in breve, sono i dati.
Non è vero che si limitarono a piccole modifiche e ritocchi. Nella seconda metà degli '80 Poljot, Raketa, Slava, Luch, Chaika, rinnovarono notevolmente i loro cataloghi, nei quali in quarzi erano presenti in modo consistente.
Solo che.... ormai era troppo tardi ( ad aggravare questo ritardo contribuì anche la nostra moda che se da un parte costituì una grande boccata d'ossigeno per la Poljot&Co., dall'altra rallentò notevolmente un processo di rinnovamento che pure era stato avviato).
Macchinari obsoleti. Troppo obsoleti per poter arrivare ad un aggiornamento tecnologico vero e proprio.
Una piena occupazione che aveva un senso e significato nell'economia di piano, ma diventava un grosso problema in quella di mercato.
Era l'Unione Sovietica di sempre. Grandi rincorse, grandi progressi, periodo di stasi e passi indietro, e poi ripartiva. Per un lungo periodo tutto questo aveva avuto delle ragioni comprensibili: la seconda guerra mondiale, la guerra fredda, la corsa agli armamenti,ecc.
Ma ora tutto era cambiato.
Un immagine. Nel 1934 a Mosca esisteva un lavoro: farsi il giro di tutte le stanze di tutti gli alberghi di Mosca per caricare gli orologi di tavolo e da parete lì presenti.
Non era un lavoro che poteva svolgere un qualche dipendente di uno specifico albergo. No! Doveva farlo del personale specifico, in genere anziani, che faceva il giro portandosi appresso le chiavi (di ottone) necessarie.
Piena occupazione.
Tornando al nostro Samsonov allora ecco che da un parte abbiamo un manager che sapeva il fatto suo tentando di far fronte ai cambiamenti epocali in corso, cercando di introdurre una cultura aziendale che in primo luogo combatteva l'assenteismo e l'alcolismo, introduceva nuovi criteri di disciplina del lavoro, dall'altra un politico "conservatore", cioè fortemente critico verso Gorbaciov.
Ed eccoci quindi al primo Congresso dei Deputati del Popolo tenutosi tra il 25 maggio e il 10 Giugno del 1989.
In una delle sedute ci fu un breve scambio di battute tra Samsonov e un altro deputato.
Come accade spesso ancora oggi, quando non si sa cosa dire o non si vuole entrare nel merito la si butta in caciara e fu così che ad un certo punto l'altro se ne uscì con quella, ormai famosa, frase: "
Io non so chi indossa i vostri orologi. Ma vorrei dire, invece, che nel rione in cui sei stato candidato, a seguito della legge che abbiamo, un uomo eccezionale, come il sacerdote, Gleb Yakunin non è stato registrato come candidato a deputato dalla riunione costituente"
Il testo è agli atti. La frase, nel contesto della discussione, può essere intesa come un "non so chi mai abbia voglia di indossare i vostri orologi".
Insomma, beghe interne.
Però quella frase, quando messa insieme ad altre fonti, è l'ennesimo indizio della crisi che l'orologeria sovietica stava attraversando.