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Aggiungo l'introduzione del libro: "Orologi Militari: Gli Orologi delle Forze Armate " di Leopoldo Canetoli, Francesco Ferretti, Edizione Studio Zeta Editore 1997 Probabilmente non ei facciamo più nemmeno caso, tanto la cosa avviene automaticamente, ma nel momento in cui ci accingiamo a scrivere queste note 1’occhio cade sull’angolo del display del Computer, dove appare l'indicazione digitale dell’ora. Bene, ora sappiamo quando abbiamo iniziato questo lavoro. Ed e forse la trentesima, o la quarantesima volta nella giornata, che controlliamo l'evoluzione delle lancette, non accontentandoci più della luce del sole, o dell'avvicinarsi delle tenebre. Lo facciamo senza accorgercene, e questo dato ci rassicura. Pensate quanto poteva tranquillizzare, o terrorizzare, la stessa informazione oraria al soldato della prima o seconda guerra mondiale, al responsabile del pezzo di artiglieria che doveva aprire il fuoco, al puntatore sdraiato nella pancia del bombardiere, che alla tal ora doveva iniziare a sganciare ordigni di morte! Pochi strumenti, al di là del fucile e dell'elmetto sono stati fondamentali nella conduzione delle guerre degli ultimi cento anni come gli orologi. Fermiamoci a considerare solo questi, dall'uso specifico, che definiremo tout court 'militari', anche se sappiamo benissimo che non è possibile stabilire un inizio certo per l'uso bellico di segnatempo portatili. Per essere più precisi, dal punto di vista storico-temporale, bisognerebbe forse partire dai cronometri di marina del 18. secolo, che garantirono per primi la navigazione certa in ogni direzione. Questi probabilmente possono essere definiti gli antesignani degli orologi militari veri e propri. Il merito maggiore e da attribuirsi all'inglese John Harrison che con caparbietà spese una vita di lavoro alla costruzione di un orologio per la navigazione, nella speranza di aggiudicarsi il premio di 20.000 sterline che il Parlamento inglese aveva messo in palio per colui che avesse trovato il modo di determinare con precisione la longitudine. Solo verso la fine della sua carriera Harrison riuscì, grazie al suo H5, un deck watch all'interno del quale aveva montato un bilancere bimetallico (che riduceva i problemi d'espansione legati alle variazioni di temperatura) ad ottenere quasi la meta del premio per aver dedicato la propria vita alla ricerca di una efficace soluzione al problema della determinazione della longitudine, fondamentale per la navigazione. In seguito furono i francesi a portare avanti, per conto del Ministero della Marina, questi progetti. Dopo Pierre Le Roy, ideatore dello scappamento a grilletto fu addirittura Ahraham-Louis Breguet, nominato Orologiaio della Marina reale nel 1815 da re Luigi XVIII, a cimentarsi su Cronometri per la marina, per il calcolo delle longitudini in mare. Breguet, che in precedenza aveva fornito anche il generale Napoleone Bonaparte, in partenza per la campagna d'Egitto nel 1798, di tre orologi, due a ripetizione e una pendola portatile, fabbricò cronometri dotati di van tipi di scappamento e li perfezionò constantemente. Basti segnalare il cronometro con due bariletti, disegnato nel 1815, con lo scappamento completo montato su una piccola piastra intercambiabile. La fornitura di cronometri alla marina militare continuò per parecchi decenni per opera prima del figlio, poi del nipote di Abraham-Louis Breguet. Quello degli orologi militari e dunque un 'fenomeno' piuttosto recente nella storia dell'orologeria, che vanta già un passato di diverse centinaia di anni. Ma non per questo meno affascinante, se si pensa al balzo, all'evoluzione tecnologica che l'esigenza bellica ha imposto in tempi rapidissimi al nostro segnatempo. Come in altri campi dove la tecnologia ha sempre avuto un peso notevole (ricordiamo ad esempio l'aeronautica) le guerre, dal punto di vista squisitamente tecnico, hanno costretto in tempi brevi, magari anche con la forza, quel tipo di industria a impegnarsi al massimo per realizzare, anche in numeri notevoli, strumenti di alta precisione. Nel caso dell'orologeria conta ore, minuti e secondi con caratteristiche specifiche particolari: precisi, ben leggibili, affidabili e pratici. Ma soprattutto robusti. Bando quindi ai metalli nobili e alle decorazioni esterne, ma tecnologia ancora più fine per i movimenti, di massima precisione. E soprattutto praticità d'uso, quella che ha determinato il sempre maggior utilizzo degli orologi da polso al posto di quelli da tasca, rimasti in funzione fino agli anni venti, superando a furor di popolo quella voce calunniosa che bollava come effemminato colui che portava al polso, stile braccialetto, l'orologio. A partire dall'inizio del Novecento, o almeno dalla Grande Guerra, non sono state poche le innovazioni pretese dall'uso specifico militare, e poi 'ricadute' sugli orologi dei giorni nostri. Pensiamo alla introduzione delle casse a tenuta d'acqua, e di polvere, sviluppate dall'orologeria svizzera. Sempre dai tecnici elvetici, preoccupati del fattore robustezza, dopo la griglia esterna dei primi esemplari, soluzione semplice ed estemporanea per riparare i vetri, il sistema Incabloc per bilancieri. Gli americani, più pratici, hanno realizzato il cosiddetto 'hack system' per poter sincronizzare il tempo con la precisione al secondo, oltre al sistema 'angolo orario' voluto da Charles Lindbergh per l'aviazione. E che dire del ,'retour en vol' della Breguet, il sistema di azzeramento rapido e ripartenza per i cronografi Type XX, cosi utile per gli aviatori. Tutti gradini fondamentali, accessori e funzioni che diamo ormai per scontati negli orologi dei giorni nostri. Andare quindi alla ricerca, dai mercatini agli antiquari, di questi testimoni del tempo con le stellette (e gli specifici marchi di riconoscimento sui fondelli), sempre più rari e destinati ad essere sempre più preziosi, e la molla che spinge il collezionista dei 'militari'. Che può benissimo partire da orologi semplici, e di prezzo contenuto, come i più recenti Hamilton americani, o tutta la schiera dei cronometri inglesi della seconda guerra mondiale, chiaramente distinguibili per via della Broad Arrow, la freccia marcata più o meno vistosamente su quadranti o fondelli. Una scelta raffinata, da intenditore, per poter attribuire un posto nella propria collezione anche per orologi non necessariamente marcati Longines o Rolex (la maggior parte dei costruttori svizzeri, in periodo di guerra, ometteva talvolta di siglare i segnatempo col proprio marchio per poter fornire eserciti diversi, magari in guerra tra loro...) ma chiaramente riconoscibili per accessori, o applicazioni particolari. O per incisioni con sigle e numeri, dei quali riportiamo alla fine del volume una facile tabella orientativa. Segnatempo affascinanti, appena aggrediti dal tempo, con quadranti un po' fanè e cifre e lancette cariche di radio (quando non di trizio.. allora, alle radiazioni ci facevano meno caso...). Noi abbiamo seguito un ordine temporale (partendo quindi da quelli da tasca), poi quelli da polso solo tempo, impiegati da esercito e marina, e da reparti speciali, per arrivare a quelli per aviazione ed ai cronografi. Infine un accenno anche a quelli da cruscotto, montati su carri armati e sugli aerei.
_________________ "L'Universo mi imbarazza e non riesco a pensare che questo orologio esiste e non ha un orologiaio" (Voltaire)
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